Il conflitto interno nella regione etiope del Tigray ha assunto rilevanza internazionale a seguito delle dispute relative alla costruzione della nuova diga sul Nilo: gli interessi economici, prevalentemente cinesi, rendono instabile l’equilibrio di una zona già fortemente divisa a livello etnico.

La costruzione della GERD, la Grand Ethiopian Renaissance Dam, appaltata alla società italiana Salini Impregilo, ha sollevato infatti importanti problematiche legate all’afflusso di acqua nei paesi come Sudan ed Egitto, creando un precedente pericoloso tra i governanti dei tre paesi. Il Sudan e l’Egitto infatti cercano da mesi pretesti per impedire la costruzione dell’opera o perlomeno per ottenere garanzie migliori dall’Etiopia, poiché l’Egitto dipende dall’acqua del Nilo per quasi il 90% del fabbisogno idrico nazionale.  I negoziati svolti fino ad oggi hanno portato ben poche soluzioni mentre l’instabilità dovuta al conflitto interno in Etiopia non potrebbe che giovare ai due sopracitati paesi.

Oltre a questa disputa, il primo ministro etiope Ahmed si trova a dover fronteggiare la guerriglia interna. La sua volontà resta quella di non compromettere la legittimità del proprio potere di capo di stato agli occhi sia dei suoi concittadini che degli osservatori esterni. A favore del presidente etiope Ahmed gioca l’accordo con il presidente eritreo Afewerki, un accordo storico che gli è valso il Nobel per la pace.

Il conflitto intestino in Etiopia dura da mesi. Le precarie condizioni sanitarie dei cittadini Tigrini sono aggravate dagli strascichi di una guerra conclusa soltanto in maniera “ufficiosa”. La regione del Tigray, vulnerabile anche prima del conflitto, è ora teatro di una grave crisi umanitaria. Bisogna sicuramente considerare quanto gli interventi esteri in Africa abbiano contribuito all’instabilità della situazione nell’area di conflitto, ma al tempo stesso migliaia di persone potrebbero morire di inedia senza un pronto intervento umanitario nella regione del Tigray.

Il consigliere speciale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per la prevenzione dei genocidi, Alice Wairimu Nderitu, dichiara di essere “particolarmente allarmata dalla continua escalation di violenza etnica in Etiopia.” Il rapporto del 5 febbraio non lascia spazio a dubbi: “Nella regione del Tigray le parti in conflitto hanno commesso gravi violazioni e abusi dei diritti umani. Questi includono esecuzioni extragiudiziali, violenza sessuale, saccheggio di proprietà, esecuzioni di massa e blocco degli aiuti umanitari”.
La stessa preoccupazione è stata espressa dal presidente della Croce Rossa etiope Albera Tola in occasione della conferenza stampa il 9 febbraio: “Da qui a due mesi migliaia di persone avranno perso la vita. Se non agiamo subito la crisi nel Tigray non farà che peggiorare. La gente sta morendo di fame.”

Francesco Rocca, presidente della Croce Rossa Internazionale, anch’egli presente alla conferenza e da poco tornato dalla regione etiope, ha rincarato la dose: “Uno dei viaggi più difficili della mia lunga esperienza”. Rocca denuncia a gran voce la mancanza di cibo, acqua, medicine e personale sanitario.Le stime di Croce Rossa Etiopia – continua Rocca – indicano che 3,8 milioni di persone hanno urgente bisogno di aiuto. La comunità internazionale, insieme alle parti, deve fare di tutto per portare assistenza”.

La comunità internazionale deve riuscire a vigilare su una situazione molto delicata cercando di considerare tutti i giochi di potere, soprattutto esteri, che puntano gli occhi in Etiopia.

a cura di Carlo Pedroli e Daniele Pierobon

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