Blog

La voce dell’Africa si alza nel centro di Varese

Sono aperte le iscrizioni al seminario di musiche africane condotto da Arsène Duevi in programma per domenica 13 giugno 2021.

Con il workshop La Voce dell’Africa, Ubuntu Festival inaugura il calendario degli eventi estivi del 2021, grazie alla collaborazione tra le associazioni partner Coopuf e Filmstudio90 con la Gospel&Soul di Varese.

Attraverso le differenti forme musicali delle popolazioni Ewe e Kabie Tem, Arsène Duevi ci porterà in un viaggio sonoro nell’Africa di ieri e di oggi, percorrendo un itinerario di esplorazione nelle terre dell’Africa orientale in cui la musica, la cultura e le tradizioni si intrecciano.

Il seminario si svolgerà dalle 14 alle 18 presso il Cineteatro Nuovo Filstudio 90 in via dei Mille 39 a Varese.

I partecipanti saranno tutti ospiti speciali sul palco del concerto di Arsène Duevi che si svolgerà la sera stessa del 13 giugno nella meravigliosa cornice dei Giardini Estensi di Varese alle ore 20.

Le iscrizioni per il workshop sono aperte fino al 30 maggio compilando il form o scrivendo una mail a fest.africavarese@gmail.com

Programma del workshop

Il popolo Ewe: Incursione storica e situazione geografica

• Agbadza: il canto; il ritmo; gli strumenti percussivi e non; contestualizzazione simbologica e culturale.

• Gazo: il canto; il ritmo/ gli strumenti percussivi e non; contestualizzazione simbologica e culturale.

• Atrikpui: il canto; il ritmo; gli strumenti percussivi e non; contestualizzazione simbologica e culturale

• Akpessè: il canto; il ritmo; gli strumenti percussivi e non; contestualizzazione simbologica e culturale

Il popolo Kabye tem

• Il Kamou: il canto; il ritmo; gli strumenti percussivi e non; contestualizzazione simbologica e Culturale.

MODULO D’ISCRIZIONE

AL VIA LA VERSIONE DIGITALE DI UBUNTU FESTIVAL

Ubuntu Festival delle culture africane presenta “Ubuntu Festival Digital Edition – Varese chiama Africa”, un ciclo di incontri online a partire dal 27 marzo 2021. Quattro appuntamenti ricchi di riflessioni, dalla gestione della pandemia nel continente alla condizione delle donne in Africa, con ospiti e professionisti in diretta dalla Tanzania.

Gli incontri, tutti trasmessi live sul canale YouTube di Ubuntu Festival delle culture africane, si terranno nella suggestiva location del Museo Castiglioni di Varese, chiuso al pubblico per l’emergenza in corso, dove professori, medici, responsabili delle associazioni e studenti dialogheranno insieme.

Il primo evento dal titolo “Covid19: cosa succede in Africa? Cuamm e Apa raccontano” sarà il 27 marzo alle ore 18.30 in diretta sul canale YouTube di Ubuntu Festival. Medici con l’Africa Cuamm e Apa Amici per l’Africa, ONLUS di soccorso Odonto-Stomatologico, racconteranno come l’Africa sta affrontando l’emergenza sanitaria legata all’epidemia da SARS-CoV2. In studio, al Museo Castiglioni, intervengono dr. Dino Azzalin, Presidente di Apa e dr.ssa Luisa Chiappa, Presidente di Cuamm – Varese accompagnati da Andrea Giacometti, direttore di VareseReport, moderatore della serata.

 Il collegamento previsto in diretta con due referenti dalla Tanzania darà la possibilità di scoprire come è stata gestita l’emergenza nel continente africano, tramite le testimonianze di Sister dr.ssa Antusa Francis, direttrice del Mikumi Hospital e dr. Gaetano Azzimonti, project manager di Cuamm.

Obiettivo dell’incontro, come riportato dai presidenti di entrambe le associazioni:  “Mostrare la realtà africana, le emergenze umanitarie che stanno affiorando e come la pandemia aggravi la povertà e si accanisca ancor più drammaticamente sui più deboli e vulnerabili”.

Veronica Tecchio

le tradizioni culinarie in Africa – la ricetta dello zighinì etiope

Genuinità, convivialità, ritualità. In tutto il mondo la cucina assume il ruolo di raccogliere le persone intorno al cibo, e la condivisione è l’ingrediente speciale di ogni ricetta tradizionale.

L’immensità del continente africano si esprime anche nelle differenze di consumo e preparazione dei cibi tradizionali, diversificati nei secoli anche per le influenze delle culture che hanno attraversato i territori africani nei secoli: arabi, indiani, europei hanno portato in Africa le loro tradizioni culinarie nel Sahel, in Africa centrale, in Sudafrica, trasformando le cucine antiche in nuove tradizioni sincretiche.

I cibi della cucina africana sono a base di carboidrati e proteine, con abbondanti quantità di verdure fresche e condimenti speziati dal sapore deciso. Il pasto principale è il pranzo, generalmente costituito da diverse preparazioni accompagnate da riso, pane o polenta di grani diversi a seconda della tradizione agricola del territorio. Si mangia tutti insieme intorno al tavolo, servendosi dal piatto principale con le mani.

Un esempio della tradizione solidaristica e conviviale africana è lo zighinì, uno stufato di carne speziato diffuso in Etiopia, Eritrea e Somalia. La carne dello zighinì è di manzo, per il quale si possono usare tagli anche poco pregiati grazie alla cottura lunga in umido. È la miscela di spezie, detta berberè, che rende speciale il gusto di questo stufato: peperoncino, coriandolo, chiodi di garofano, cardamomo, pepe, fieno greco, cannella, pimento e zenzero.
Lo zighinì tradizionale è servito su uno strato di injiera, una sottile crepe di teff, antico cereale tradizionale etiope, e accompagnato spesso da altre pietanze come lo scirò, altro piatto povero a base di purea di ceci lavorata con spezie, e verdure fresche o cotte.

Possiamo preparare lo zighinì a casa seguendo la ricetta tradizionale, buon appetito!

INGREDIENTI
Carne di manzo
Passata di pomodoro
Cipolla classica
Olio
Burro
Berberè
Sale

PREPARAZIONE
Soffriggere a fiamma bassa la cipolla precedentemente tagliata a julienne con l’olio d’oliva. Una volta fatta dorare aggiungere il berberè e tostarlo per qualche secondo, subito dopo versare la passata di pomodoro e lasciar cuocere sempre a fiamma bassa per un’ora circa.
In un tegame a parte rosolare la carne a fiamma alta con il restante dell’olio, appena avrà all’esterno la crosticina bruna, toglierla dalla padella.
Passata l’ora di cottura del pomodoro aggiungete la carne e far cuocere per circa un’altra ora. Quando sarà ottimata la cottura aggiungere una noce di burro e salare a piacimento.

Daniele Pierobon e Ada Tattini

UBUNTU FESTIVAL DIGITAL EDITION – VARESE CHIAMA AFRICA

Distanti vicini. Abbiamo tutti imparato da un anno cosa rappresenti quest’ossimoro. Da qualche giorno stiamo ricordando anniversari che non vorremmo celebrare ma che scandiscono lo scorrere del tempo anche durante una pandemia che ha stravolto le nostre vite.

Ubuntu Festival delle culture africane è nato digital. Le associazioni che hanno contribuito alla nascita del progetto hanno collaborato dalle proprie abitazioni, a distanza, in riunioni ricche di idee e progetti. Lo staff ha lavorato smart, intelligentemente e digitalmente. 

Abbiamo tutti compreso che le tecnologie ci hanno offerto una possibilità unica di condivisione, di conoscenza e connessione.  Saremmo stati tutti più soli senza uno smartphone in grado di collegarci con una voce amica, familiare. 

Le distanze geografiche, come quelle emotive, sono, per un istante, annullate da una videochiamata.

Ecco perché oggi presentiamo l’evento tutto digitale Ubuntu Festival digital edition – Varese chiama Africa. Perché crediamo nel potere della condivisione e abbiamo reinventato un Festival alla sua prima edizione, prima ancora di vederlo nascere, uniti da un obiettivo comune: mostrare l’Africa che vive in Italia, in Europa, e sradicare stereotipi, luoghi comuni, che tanto influenzano la vita quotidiana di migliaia di persone. Abbiamo immaginato un salotto, come luogo di scambio e dialogo dove poter incontrare professionisti, studenti, membri delle associazioni. 

Marzo e aprile saranno due mesi ricchi di appuntamenti per Ubuntu Festival digital edition, eventi che potrete seguire in diretta streaming o recuperare quando vorrete, avremo ospiti internazionali in dialogo con le realtà associative del territorio varesino. Obiettivo di Ubuntu Festival digital edition è creare una comunità d’intenti e annullare distanze, sia mentali che fisiche. 

Vi aspettiamo online e…connessi!

Staff di Ubuntu Festival delle culture africane 

La morte di Luca Attanasio ci colpisce da vicino

L’ultima, ennesima, tragedia consumata in terra congolese scuote le nostre coscienze. Ubuntu Festival Africa accoglie in sè realtà associative e culturali che operano anche nelle zone calde dell’Africa, e noi della redazione Ubuntu Blog abbiamo cercato di raccogliere le idee intorno alla morte dell’ambasciatore italiano in Congo Luca Attanasio.
Un pensiero molto speciale di Marco Castiglioni, seguito dalla riflessione sulle radici della violenza congolese in un articolo di Emma Brumana, e dalla ricostruzione della dinamica dell’agguato nel pezzo di Daniele Pierobon.


Il nostro Paese perde uno dei suoi figli migliori – di Marco Castiglioni

Ho avuto la fortuna di conoscere Attanasio, presentatomi da un comune amico che lo ha portato in visita al Museo Castiglioni. Le ore trascorse assieme a parlare di Africa e cultura africana sono bastate a farmi capire che mi trovavo di fronte a una persona che non si incontra tutti i giorni. In lui trasparivano chiaramente un’intelligenza vivace, una gentilezza e una simpatia innata, un amore sincero per la cultura africana e una passione vera per tutto quello che faceva.
Sensazioni che hanno avuto conferma nei mesi successivi quando Attanasio mi ha chiamato dal Congo per chiedermi quali difficoltà stavo incontrando nella gestione del Museo travolto, come tutti, dalla forza distruttiva del virus.
L’ultima telefonata, tre o quattro mesi fa, è stata ancora una volta quella di una persona entusiasta. Ci siamo salutati con la promessa reciproca che, una volta ripresa la vita normale, avremmo organizzato presso il Museo Castiglioni una mostra con la collezione di arte africana che aveva raccolto nella sua vita professionale nel continente nero. Un’ulteriore dimostrazione di quanto amasse e volesse far conoscere agli altri la cultura della terra in cui svolgeva la sua missione diplomatica.
Poche volte mi è capitato di restare così sgomento di fronte alla notizia della scomparsa di una persona conosciuta. Il mio pensiero, naturalmente, è subito andato alle sue tre bambine piccole ai genitori e alla moglie, non a caso anche lei di origine africana, così come verso i famigliari delle altre due vittime. Ma il mio sgomento aveva la sua origine non solo nella morte e nella sofferenza dei suoi cari ma anche nella consapevolezza che il nostro paese aveva perso uno dei suoi figli migliori. Una di quelle persone che rendono l’Italia e gli italiani unici al mondo.


Congo, le radici di una violenza – di Emma Brumana
estratto dall’articolo completo pubblicato sul sito di notizie Malpensa24 a questo link

Il tragico assassinio dell’ambasciatore italiano a Kinshasa Luca Attanasio, del carabiniere Vittorio Iacovacci e dell’autista congolese Mustapha Milambo, ha riacceso i riflettori su una regione da tempo dilaniata da conflitti.
L’attuale insicurezza politica, militare, economica e sociale in cui si ritrova la Repubblica Democratica del Congo può essere compresa solo alla luce della ricostruzione storica del suo passato. […]
Secondo Jean-Léonard Touadi, presidente del Centro Relazioni con l’Africa della Società Geografica Italiana, la violenza strutturale della nazione affonda le sue radici nell’epoca coloniale. Touadi, nato a Brazzaville, ricorda uno dei proverbi più conosciuti nella società congolese. “Débrouillez-vous” ovvero “arrangiatevi”. Questo popolo, sfruttato e soggetto a una violenza endemica dall’epoca coloniale, è riuscito a resistere a un processo di indipendenza tormentato, a due guerre civili e alla pesante eredità di un genocidio. 
– Emma Brumana –


Dinamica di un agguato – di Daniele Pierobon

L’attentato in cui hanno perso la vita l’Ambasciatore Luca Attanasio, rappresentante diplomatico presso la Repubblica Democratica del Congo, e il Carabiniere Vittorio Iacovacci, addetto alla protezione dell’Ambasciatore, pone una serie di domande, già nelle ore successive all’attentato: Cosa è successo? Perché è successo?
L’ambasciatore Attanasio è stato raggiunto da tre colpi: due lo hanno preso di striscio, uno invece all’addome. Il carabiniere Vittorio Iacovacci invece è stato centrato in pieno da colpi al torace e all’addome. Iacovacci è morto sul colpo, mentre Luca Attanasio è deceduto dopo almeno 50 minuti dall’attacco. La corsa in ospedale è stata vana e tardiva, non certo una novità in aree così carenti di infrastrutture.

Si tratterebbe quindi di un attacco diretto sul convoglio, il fine ultimo è chiaramente quello del rapimento del personale nonostante l’agguato abbia portato alla morte del bersaglio.
Bisogna infatti considerare che la maggior parte delle milizie che operano in queste zone sono scarsamente addestrate e armate male per compiere operazioni così complesse come un rapimento in movimento.

Una prima analisi ci porta a considerare che qualcosa non ha funzionato all’interno della cellula informativa on-field, che ha la responsabilità di garantire grazie all’attività informativa, la cornice di sicurezza, che in qualche modo deve essere costruita all’interno di quella framework aderente responsabile della protezione.
Questi due elementi normalmente dovrebbero essere per protocollo assolutamente congruenti, ma in realtà non è sempre così. Questo perchè tra i due attori incaricati della sicurezza c’è il decisore politico, che molte volte per gerarchia riconosce delle priorità, che molte volte sono asincrone con il dispositivo di sicurezza. In questo modo si aumenta la capacità di penetrazione all’interno del dispositivo sicurezza ( la scorta ).

Un evento così simbolico dovrebbe far comprendere come i nostri connazionali all’estero, dopo diverse vicende recenti legate al pagamento per la liberazione di ostaggi, siano visti come delle prede per i gruppi di insurgent che hanno bisogno di fondi per continuare le loro attività criminose. 

Algeria e Francia: una riconciliazione possibile?

Benjamin Stora, uno tra i più importanti storici francesi del Maghreb contemporaneo, ha diretto la commissione Mémoire et Vérité – memoria e verità- al fine di riconciliare Parigi e Algeri, a più di mezzo secolo dalla guerra d’Algeria. Il resoconto è stato consegnato al presidente della Repubblica francese lo scorso 20 gennaio e ha creato un acceso dibattito. Per comprendere l’importanza delle ventidue raccomandazioni contenute nel rapporto Stora, è necessario ripercorrere brevemente la relazione tra la Francia e la sua ex colonia.

Benjamin Stora e Emmanuel Macron / foto: thetimes uk

Possedimento francese dal 1830, l’Algeria ha sempre avuto un rapporto speciale con la madrepatria. Nel 1911 i migranti francesi e, più in generale, europei – chiamati pieds noirs- rappresentavano il 16% della popolazione. La presenza di un numero elevato di coloni, concentrati principalmente sulla costa, portò Parigi a decretare l’Algeria come territorio metropolitano, ovvero parte integrante dell’Esagono. Questa decisione, però, non estendeva i diritti di cittadinanza alla maggioranza della popolazione. Gli algerini non naturalizzati francesi erano considerati sudditi e vennero separati attraverso il sistema dell’indigenato. Seppur la divisione de lege venne abolita dal generale De Gaulle allo scadere della Seconda guerra mondiale, la segregazione de facto continuò a regolare la vita sociale. 

Quando, nel 1954, Diem Bien Phu venne assediata e i francesi persero l’Indocina, gli algerini iniziarono la battaglia per l’indipendenza. Il Fronte di LiberazioneNazionale – FLN- guidato da Ben Bella, lottò contro l’occupazione francese per otto lunghi anni. Le due fazioni avversarie erano ben differenti tra loro. Da una parte c’erano i guerriglieri dell’FLN, semplici indigeni con poche armi e risorse, dall’altra l’esercito francese. La violenza degli attentati organizzati dal movimento indipendentista era contrastata da atti di repressione da parte delle forze militari, in particolar modo dalle unità speciali dei paracadutisti. Proprio per questo la guerra d’Algeria è considerata una delle prime guerre asimmetriche.

l’esodo dei pieds-noirs / foto: lepoint

Le dinamiche di questo conflitto vennero rappresentate dal regista italiano Gillo Pontecorvo, nel celebre film La Battaglia di Algeri (1966). Inoltre, gli accordi bilaterali di Evian, che condussero l’Algeria all’indipendenza, vennero fortemente ostacolati dai pieds noirs e da gruppi terroristici antiarabi come l’OAS- organizzazione dell’armata segreta-.  Il clima di tensione venne tragicamente vissuto anche nella metropoli. Il 17 ottobre 1961, Parigi divenne lo scenario di un massacro di innocenti algerini, segnando una delle pagine più oscure della Quinta Repubblica. All’indomani dell’indipendenza algerina, i presidenti della Repubblica francese – da Charles De Gaulle a Valery Giscard d’Estaing- hanno taciuto riguardo i crimini e le violazioni sistematiche dei diritti umani commessi nella colonia. Solo nel 1999 il parlamento francese riconobbe il termine di “guerra d’Algeria” per indicare il processo di decolonizzazione in quest’area del Maghreb. 

La Battglia di Algeri di Gillo Pontecorvo / foto: comingsoon

L’obbiettivo del rapporto Stora non si limita alla ricostruzione storica della “lunga presenza coloniale francese” e della guerra d’Algeria. L’intellettuale sottolinea la relazione speciale tra questi due Paesi, dovuta alla storia coloniale, alle migrazioni (sette milioni di persone in Francia hanno legami con l’Algeria) e ai fitti scambi economici e diplomatici. La commissione Mémoire et Vérité, composta da “differenti personalità impegnate nel dialogo franco-algerino”, segue l’esempio della TRC, la commissione per la verità e la giustizia, istituita da Nelson Mandela e Desmond Tutu alla fine dell’apartheid sudafricana. La delegazione sostiene che la condivisione della memoria storica e l’ufficializzazione di commemorazioni siano necessarie nel processo di riappacificazione delle due nazioni. 

L’Echo d’Alger, una prima pagina del 1954 / foto: ubiqwity

Emmanuel Macron è stato il primo presidente della Repubblica, durante la campagna elettorale del 2017, a dichiarare che la colonizzazione fu un crimine contro l’umanità. Seppur i suoi consiglieri sembrano opporsi a una politica tesa alle scuse ufficiali e alla richiesta di perdono, si prospetta la creazione di un progressivo percorso di riconoscimento. In tal senso, Abdelmadjid Tebboune ha comunicato, pochi giorni dopo la pubblicazione del rapporto Stora, di essere disponibile a lavorare con la controparte francese. Inoltre, il presidente algerino ha incaricato Abdelmadjid Chiki, direttore generale del Centro nazionale degli archivi, di condurre un’indagine analoga a quella condotta dallo storico francese.

Il lavoro compiuto dalla commissione per la Verità e la Memoria ha come obbiettivo quello di ampliare il dibattito a proposito dell’esperienza coloniale francese. Una delle più importanti raccomandazioni elaborate riguarda, infatti, la necessità di una riforma scolastica. Gli studenti delle scuole francesi, di qualsiasi età e appartenenza etnica e sociale, hanno il diritto di conoscere e di studiare la guerra d’Algeria. Solamente attraverso un dialogo aperto, costruttivo e pubblico tra Parigi e Algeri, finalizzato al riconoscimento degli errori commessi durante il periodo coloniale, il passato potrà rimanere tale.

Emma Brumana

NOTIZIE DALL’AFRICA

SOMALIA – Mogadisho, governo spara sui manifestanti.

In Somalia resta alta la tensione e continuano gli scontri, dovuti al rinvio delle elezioni causa covid, tra forze governative e opposizione. In data 19 febbraio, a Mogadisho, la manifestazione congiunta delle forze d’opposizione è stata repressa nel sangue dal governo federale. Ad oggi sono due i morti confermati. L’ONU esorta la soluzione politica dichiarandosi particolarmente preoccupata dagli ultimi avvenimenti.

foto ANSA

Scopri di più:
Repubblica Esteri
ANSA Mondo


LIBERIA – Allarme ebola

Il presidente della liberia G.Weah, ex stella di calcio, si è dichiarato preoccupato per un possibile ritorno dell’ebola nel paese. Con un comunicato stampa, datato 21 febbraio, il presidente Weah ha comunicato ai propri cittadini di aver messo in allerta le strutture sanitarie del paese e di essere pronto a collaborare affinchè i quattro casi dell’ultimo mese rimangano isolati. Dal 2014 al 2016 la Liberia ha subito la peggiore epidemia di ebola nella storia, con oltre 5 mila vittime.

Slum Residents Loot Ebola Clinic in Liberia
foto – NBCNEWS

Scopri di più:

Il Manifesto Internazionale


SUDAN – La guerra del pane

La condizione alimentare del paese africano peggiora di giorno in giorno, il governo di transizione democratica non riesce a soddisfare il bisogno primario della popolazione e continuano le proteste. Farina e pane, convenzionati dallo stato, continuano a scarseggiare e in un clima di lotta alla sopravvivenza centinaia di cittadini si offrono volontari per proteggere i forni da eventuali assalti. La situazione resta estremamente precaria considerando anche le ondate di profughi che, intenzionati a fuggire dal conflitto etiope nel Tigray, si rifugiano lungo il confine sudanese.

foto – NIGRIZIA

Scopri di più:
Nigrizia


CONGO – Tragica fine per l’ambasciatore italiano Luca Attanasio

Ancora confusa la ricostruzione degli eventi che hanno portato alla morte di Luca Attanasio, ambasciatore italiano in Congo, del carabiniere che lo scortava e del suo autista. Dai primi dati dell’autopsia si pensa ad uno scontro a fuoco (non si tratterebbe quindi di un’esecuzione). L’attentato, avvenuto durante una visita di Attanasio presso una scuola ONU nel nord del paese, non è stato rivendicato da nessuna fazione. Si ipotizza ad un possibile coinvolgimento delle Forze di Liberazione del Rwanda, con a capo l’attuale presidente Paul Kagame, che però ha prontamente negato. Dall’Onu la richiesta di “indagare in modo rapido”. Mentre la guerra del coltan, condotta da bande clandestine armate perdura, l’Italia aspetta ancora di conoscere la verità.

Luca Attanasio: chi era l'ambasciatore italiano morto in Congo " - la  Repubblica
foto Repubblica

Scopri di più:
TGCom24 Mondo

a cura di Carlo Pedroli

Kunta Kinte e le “radici” del Black History Month

Da 45 anni, febbraio è il Black History Month – il mese della storia dei neri, una ricorrenza osservata negli Stati Uniti, Canada e Regno Unito con l’obiettivo di celebrare l’eredità culturale degli afro-discendenti in tutto il mondo. Il tema del Black History Month 2021 è: “Black family: rappresentazione, identità e diversità”, un modo per ricordare la diaspora africana e raccontare la diffusione dei popoli africani nel mondo.
Fu Gerald Ford il primo presidente degli Stati Uniti a istituzionalizzare l’evento nel 1976. A duecento anni dalla Dichiarazione d’Indipendenza il presidente statunitense invitò i cittadini a “cogliere l’opportunità di onorare le doti troppo spesso trascurate degli afroamericani”.

Quello stesso anno, lo scrittore afroamericano Alex Hailey pubblicò un romanzo che passerà alla storia: Radici, La saga di una famiglia americana. La narrazione ripercorre l’albero genealogico dello scrittore a partire da Kunta Kinte, guerriero della tribù Mandinka (Gambia) deportato in America e reso schiavo. L’interesse di Hailey verso le sue origini, che lo spinse alla ricerca delle sue “radici”, nacque ascoltando i racconti della nonna materna Cynthia. Il padre di Cynthia era stato emancipato dalla schiavitù nel 1865 ed è grazie ai quei ricordi che Haley venne a conoscenza della storia del suo antenato Kunta Kinte e delle sofferenze patite dal capofamiglia e dai suoi discendenti durante il periodo della schiavitù e della segregazione.

Il romanzo di Hailey, che era uno scrittore già celebre per aver scritto insieme a Malcom X la sua autobiografia, divenne presto un best-seller tanto che il canale televisivo generalista ABC decise di investire sei milioni di dollari per la produzione di una miniserie ispirata alla storia familiare dello scrittore.
Alla messa in onda i vertici di ABC temevano un flop, a causa della violenta- ma realistica- rappresentazione della tratta degli schiavi e delle atrocità commesse durante il periodo schiavistico. La storia di Kunta Kinte, infatti, abbatteva quegli stereotipi hollywoodiani di rappresentazione della schiavitù il cui più fulgido esempio si incarna in Manny, la domestica fedele di Rossella O’Hara nel colossal Via col vento. L’opinione pubblica bianca non aveva mai fatto i conti con il passato. Proprio per questo la miniserie Radici, mandata in onda tra il 23 e il 30 gennaio 1977, sconvolse la nazione a stelle e strisce e il mondo intero.

Contro ogni aspettativa, Radici divenne un vero e proprio fenomeno culturale, raggiungendo il 71% di share durante la messa in onda dell’ultima puntata, lasciando incollati allo schermo 100 milioni di spettatori. La serie venne trasmessa per la prima volta in Italia da Raidue a partire dall’8 settembre 1978, diventando un vero e proprio prodotto cult. Nel 2016, il canale statunitense History Channel ha prodotto un remake della serie e dell’omonimo romanzo che è stato poi trasmesso in Canada, Australia, Nuova Zelanda e Italia.

Radici coglie in pieno il significato della storia del mese dei neri.
Hailey è stato capace di ricostruire la genealogia della sua famiglia, e ha raccontato un’esperienza intergenerazionale tanto drammatica quanto simile a quella di milioni di altre famiglie afroamericane.
Kunta Kinte dona dignità e forza all’immagine dello schiavo, sovente descritto come passivo e senza rispetto per sé stesso, fedele solamente al padrone. La sua forza d’animo e il suo attaccamento alla libertà sono stati tramandati di generazione in generazione, fino ad Alex Hailey.

Lo scopo del Black History Month è proprio quello di ricercare e celebrare le proprie origini, per potere conservare e proteggere l’eredità di milioni di afro-discendenti i quali antenati, per dodici generazioni, vennero deportati da una sponda all’altra dell’Atlantico e resi schiavi. 

Emma Brumana

PAROLE DI SABBIA

Le città di Chinguetti, Ouadane, Tichitt e Oualata, importanti centri antichi sorti lungo le vie carovaniere, celano un tesoro culturale. In quello che è diventato il regno della sabbia e del silenzio, si trovano alcune biblioteche private che ospitano migliaia di manoscritti e testi arabi, i più antichi dei quali risalirebbero all’XI secolo. Redatti su pergamena, finemente decorati con colori naturali da magnifiche miniature e tramandati di generazione in generazione i volumi, custoditi all’interno di suggestivi edifici costruiti in terra cruda, sono oggi in balia delle termiti e dell’avanzata della sabbia del deserto. Testi religiosi, compendi di scienza, letteratura, astronomia, geometria, diritto e matematica, rischiano di andare persi per sempre privando l’umanità di preziosi documenti che rimandano al periodo in cui la civiltà araba raggiunse il suo apogeo.

Presso il Museo Castiglioni di Varese, sarà visitabile fino al 2 maggio, la nuova mostra “Parole di Sabbia”, curata dall’Associazione Freezone. Si tratta di un interessante percorso che ha come protagonista la storia del grande continente africano raccontata attraverso i libri. Maurizio Fantoni Minnella ci mostra attraverso le sue foto, i suoi documentari e decine di rari volumi provenienti dalla sua sterminata collezione, aspetti della cultura africana poco conosciuti dal mondo occidentale ad iniziare da uno dei più incredibili patrimoni dell’umanità riconosciuti dall’UNESCO nel 1996: le biblioteche di sabbia della Mauritania.

Le bellissime foto delle “biblioteche di sabbia” scattate da Fantoni Minnella sono rese ancor più vivide dai poetici e struggenti filmati che documentano questi antichi insediamenti umani del deserto e la vita del porto della capitale mauritana, Nouakchott.
Completano il percorso le vetrine in cui sono esposti decine di libri rari e preziosi che ripercorrono la letteratura che ruota attorno alla storia, alle esplorazioni, ai viaggi, alla geografia, alla cultura, alle etnie dell’Africa. Divisi per argomenti si passa dal Sahara al Fiume Nilo, dai viaggiatori ed esploratori del 1800 fino alla riscoperta del continente nel ‘900 in cui hanno un ruolo da protagonisti i fratelli varesini Angelo e Alfredo Castiglioni, dai viaggiatori e scrittori in Africa alle grandi testimonianze lasciateci da Folco Quilici, per arrivare, infine, all’antropologia e alle viaggiatrici donne. 

Un percorso unico e originale che permetterà al visitatore di immergersi in una cultura apparentemente lontana ma che, in realtà, appartiene a tutti noi. Una cultura che ci parla dal continente che è la culla dell’umanità.

Ada Tattini

IN ETIOPIA E’ CRISI UMANITARIA

Il conflitto interno nella regione etiope del Tigray ha assunto rilevanza internazionale a seguito delle dispute relative alla costruzione della nuova diga sul Nilo: gli interessi economici, prevalentemente cinesi, rendono instabile l’equilibrio di una zona già fortemente divisa a livello etnico.

La costruzione della GERD, la Grand Ethiopian Renaissance Dam, appaltata alla società italiana Salini Impregilo, ha sollevato infatti importanti problematiche legate all’afflusso di acqua nei paesi come Sudan ed Egitto, creando un precedente pericoloso tra i governanti dei tre paesi. Il Sudan e l’Egitto infatti cercano da mesi pretesti per impedire la costruzione dell’opera o perlomeno per ottenere garanzie migliori dall’Etiopia, poiché l’Egitto dipende dall’acqua del Nilo per quasi il 90% del fabbisogno idrico nazionale.  I negoziati svolti fino ad oggi hanno portato ben poche soluzioni mentre l’instabilità dovuta al conflitto interno in Etiopia non potrebbe che giovare ai due sopracitati paesi.

Oltre a questa disputa, il primo ministro etiope Ahmed si trova a dover fronteggiare la guerriglia interna. La sua volontà resta quella di non compromettere la legittimità del proprio potere di capo di stato agli occhi sia dei suoi concittadini che degli osservatori esterni. A favore del presidente etiope Ahmed gioca l’accordo con il presidente eritreo Afewerki, un accordo storico che gli è valso il Nobel per la pace.

Il conflitto intestino in Etiopia dura da mesi. Le precarie condizioni sanitarie dei cittadini Tigrini sono aggravate dagli strascichi di una guerra conclusa soltanto in maniera “ufficiosa”. La regione del Tigray, vulnerabile anche prima del conflitto, è ora teatro di una grave crisi umanitaria. Bisogna sicuramente considerare quanto gli interventi esteri in Africa abbiano contribuito all’instabilità della situazione nell’area di conflitto, ma al tempo stesso migliaia di persone potrebbero morire di inedia senza un pronto intervento umanitario nella regione del Tigray.

Il consigliere speciale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per la prevenzione dei genocidi, Alice Wairimu Nderitu, dichiara di essere “particolarmente allarmata dalla continua escalation di violenza etnica in Etiopia.” Il rapporto del 5 febbraio non lascia spazio a dubbi: “Nella regione del Tigray le parti in conflitto hanno commesso gravi violazioni e abusi dei diritti umani. Questi includono esecuzioni extragiudiziali, violenza sessuale, saccheggio di proprietà, esecuzioni di massa e blocco degli aiuti umanitari”.
La stessa preoccupazione è stata espressa dal presidente della Croce Rossa etiope Albera Tola in occasione della conferenza stampa il 9 febbraio: “Da qui a due mesi migliaia di persone avranno perso la vita. Se non agiamo subito la crisi nel Tigray non farà che peggiorare. La gente sta morendo di fame.”

Francesco Rocca, presidente della Croce Rossa Internazionale, anch’egli presente alla conferenza e da poco tornato dalla regione etiope, ha rincarato la dose: “Uno dei viaggi più difficili della mia lunga esperienza”. Rocca denuncia a gran voce la mancanza di cibo, acqua, medicine e personale sanitario.Le stime di Croce Rossa Etiopia – continua Rocca – indicano che 3,8 milioni di persone hanno urgente bisogno di aiuto. La comunità internazionale, insieme alle parti, deve fare di tutto per portare assistenza”.

La comunità internazionale deve riuscire a vigilare su una situazione molto delicata cercando di considerare tutti i giochi di potere, soprattutto esteri, che puntano gli occhi in Etiopia.

a cura di Carlo Pedroli e Daniele Pierobon